L’Instrumentum Laboris della 48ma Settimana Sociale dei Cattolici Italiani – Cagliari, 26-29 ottobre 2017

Cagliari, capoluogo di una tra le Regioni italiane più belle, che ha vissuto da tempo la difficoltà di creare, trovare e sviluppare lavoro e una grande emigrazione proprio per ricercare il lavoro. Cagliari è stata scelta per ospitare la 48ma Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, dal titolo “Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale“, un titolo che riprende l’Esortazione Apostolica “Evangelii Gaudium” del Santo Padre Francesco (n. 192).

Una proposta, un sogno e una sfida per rimettere al centro, anche dell’azione pastorale, il lavoro e le questioni che esso pone in un mondo in continuo cambiamento.

Il Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani ha preparato un Instrumentum Laboris poco retorico e molto concreto. Uno strumento nelle mani dei partecipanti per riflettere e soprattutto per aprire domane, non fornire risposte.

Settantacinque punti, organizzati in otto paragrafi, che offrono stimoli e sollecitazioni, per raggiungere una proposta seria e concreta da offrire non solo alla Chiesa ma al Paese intero, con un metodo

basato su quattro registri comunicativi: denuncia, ascolto, raccolta delle buone pratiche, proposta. Lo scopo è quello di arrivare a maturare un vero cambiamento del nostro modo di essere e di fare. una conversione di cui ha bisogno l’intera società italiana. (par. 2, n. 12)

Il lavoro, si legge, è una “questione urgente” (par. 1, nn. 1-5),

un’esperienza dove coesistono realizzazione di sé e fatica, contratto e dono, individualità e collettività, ferialità e festa. Esso richiede passione, creatività, vitalità, energia, senso di responsabilità perché nelle imprese, nelle botteghe, negli studi professionali, negli uffici pubblici, la differenza, alla fine, la fanno le persone. […] Il lavoro è espressione della nostra dignità, ma anche impegno, sforzo, capacità di collaborare con altri, perché esso è sempre “con” o “per” qualcuno. E dunque non è mai un atto solitario.

Per questo, una riflessione sul lavoro avviene “mai senza i volti” (par. 2, nn. 6-12) perché

non si risolvono i problemi dimenticando i volti e le storie della gente che lavora […] e ancora di più di coloro che non lavorano o che lavorano in contesti di precarietà o illegittimità. […] Troppe volte i problemi del lavoro rimangono confinati nelle vite di chi li deve sopportare. […] Partire dai volti è l’antidoto ad ogni deriva tecnocratica.

È importante riprendere il concetto di “lavoro degno” (par. 3, nn. 13-23), poiché

il citatissimo art. 1 della Costituzione […] presuppone uno stretto legame tra il lavoro […] e la dignità della persona. Perché se pensiamo e diciamo il lavoro senza la persona, il lavoro finisce per diventare qualcosa di disumano, che dimenticando le persone dimentica e smarrisce se stesso. Il lavoro è degno perché la persona è degna. […] Non basta creare lavoro. Bisogna che tale lavoro sia degno, come realizzazione della persona, sostegno della famiglia e della vita della società.

Rimettere al centro la questione del lavoro richiede “la denuncia” (par. 4 24-30)

necessaria per assumere responsabilmente i termini di quelle “situazioni problematiche” che attendono di essere risolte […]: giovani che non lavorano […]; un lavoro troppo precario […]; la piaga del caporalato […]; il lavoro delle donne – poco e mal pagato – […]; un sistema educativo che non prepara adeguatamente al lavoro […]; un lavoro pericoloso e malsano.

Non essendo però all’anno zero, è necessario raccontare “le buone pratiche: imparare a diffondere quello che già si fa” (par. 5, nn. 31-44)

per imparare da coloro che sono riusciti a vincere la sfida di creare valore economico e buon lavoro. […] L’identificazione di numerose buone pratiche mette in evidenza come la sfida della competizione globale possa essere vinta puntando sulla qualità e l’innovazione. […] Una delle caratteristiche distintive emerse […] è la capacità di alcune imprese eccellenti di capire in profondità desideri ed istanze della persona umana. […] Ciò che abbiamo imparato dalla raccolta delle buone pratiche è che la speranza non è morta.

Perché tutto questo diventi un processo generativo è necessaria “la responsabilità della proposta” (par. 6, nn. 45-68), nella quale si coinvolgano tutti gli attori presenti nel Paese affinché si attuino:

  • Formazione per la persona che lavoro
  • Creazione di nuovo lavoro
  • Nuovi modelli di vita e di lavoro

La proposta si inserisce, oltre che nel contesto nazionale, anche nello scenario europeo, visto come un luogo in cui si può ancora generare, per arrivare ad “un’Europa del lavoro” (par. 7, nn. 69-73) che riprenda in mano il proprio significato.

Gli ultimi due paragrafi del documento guardano all’orizzonte: “oltre Cagliari, una sfida entusiasmante” (par. 8, nn. 74-75).

L’incontro ha quindi obiettivi e orizzonti precisi e definiti (par. 2, n. 11):

Non ci ritroviamo a Cagliari per celebrare un bel convegno. Data la gravità della situazione, ciò suonerebbe come una stonatura. Le giornate spese insieme vogliono piuttosto segnare una tappa di un cammino sinodale volto a capire, a trovare soluzioni, ad avanzare proposte. Il nostro ritrovarci vuole essere piuttosto un modo per stare vicini a  chi si trova in difficoltà. Un modo per dire che non ci vogliamo dimenticare di nessuno. Seguendo l’indicazione di Papa Francesco, siamo qui per “iniziare processi” che impegnino le comunità cristiane e la società italiana nel suo insieme (Evangelii Gaudium, n. 223).

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