Evangelii Gaudium – Capitolo Quinto – Can. Pietro Guiffrey

Il quinto Capitolo dell’esortazione Apostolica

EVANGELIZZATORI CON SPIRITO

Can. Pietro Guiffrey

[SCARICA PDF] Esortazione Apostolica – Evangelii Gaudium ITALIANO

Evangelii Gaudium: guida alla lettura 5

in “Sperare per tutti” (http://sperarepertutti.typepad.com) del 16 dicembre 2013

«L’ideologia marxista è sbagliata. Ma nella mia vita ho conosciuta tanti marxisti buoni come persone, e per questo non mi sento offeso».

Questa frase di papa Francesco, nell’intervista su La Stampa del 15 dicembre 2013, ha fatto il giro del mondo. Il riferimento è alle polemiche sollevate da alcuni ambienti conservatori, per lo più statunitensi, che lo hanno accusato di essere marxista per le sue prese di posizione in materia sociale, soprattutto nel quarto capitolo della Evangelii Gaudium (nn. 176-258). Da sempre, il Vangelo è una contestazione del potere e della ricchezza iniqua, ma quando lo si ricorda ci sono reazioni di rifiuto proprio da parte di chi corteggia la chiesa cattolica sui temi etici. È un fatto che dovrebbe far ricordare come non si possa identificare la fede cristiana con l’adesione a un’ideologia politica o economica.

Il capitolo dedicato alla dimensione sociale dell’evangelizzazione è il più esteso dell’esortazione apostolica, a dimostrazione di quanto il tema stia a cuore al papa. I paragrafi iniziali ne spiegano le motivazioni.

Alla radice c’è il contenuto sociale del kerygma, del primo annuncio, perché nel Vangelo sono essenziali la vita comunitaria e l’impegno con gli altri (cfr. EG 177). Poiché Dio è Trinità, comunione di amore, ci ha voluti e ci ama in comunione, insieme: da soli non c’è vera umanità, da soli non c’è salvezza.

Comprendere che siamo amati gratuitamente da Dio ci apre a dare e ricevere amore nei rapporti con gli altri (cfr. EG 178). «La Parola di Dio insegna che nel fratello si trova il permanente prolungamento dell’Incarnazione per ognuno di noi» (EG 179; cfr. Mt 25,40). La vita di Dio è “uscita da sé” verso l’altro, e solo nell’uscire da noi stessi realizziamo pienamente la nostra vita, perché non ci rinchiudiamo nella stagnazione e nell’isolamento.

Si parla, beninteso, di un amore concreto, che non ha nulla di sentimentale. Quando Gesù annunciava il regno di Dio, faceva riferimento a un’umanità che sa vivere in giustizia, fraternità, pace, dignità per tutti (cfr. EG 180). Ecco perché la chiesa cattolica non può accontentarsi di insegnare dottrine, ma deve essere esperienza di immersione in tutto ciò che è umano.

Da qui deriva la partecipazione dei credenti e dei pastori al confronto pubblico, in nome dell’uomo e non per acquisire una rilevanza sociale, per contribuire alla costruzione di un mondo migliore e non per esercitare un’egemonia etica (cfr. EG 182-183). Il punto di riferimento è l’insegnamento sociale della chiesa cattolica, ma con una specificazione decisiva: «né il Papa né la Chiesa posseggono il monopolio dell’interpretazione della realtà ecclesiale o della proposta di soluzione per i problemi contemporanei. Posso ripetere qui ciò che lucidamente indicava Paolo VI: “Di fronte a situazioni tanto diverse, ci è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale. Del resto non è questa la nostra ambizione e neppure la nostra missione. Spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese”» (EG 184; cfr. Paolo VI, enciclica Octogesima adveniens, 4).

Qui c’è una chiesa che si pone come voce dei senza voce, per richiamare i grandi principi della dignità umana, ma allo stesso tempo rinuncia a porsi come autorità sovralegislativa che pretende di determinare norme e decisioni. Non c’è un ordine politico ed economico che si può dedurre dal messaggio cristiano nel quale trovare la risposta a tutte le problematiche sociali.

La chiave di lettura della dimensione sociale dell’evangelizzazione è l’assunzione del punto di vista dei poveri, l’ascolto del loro grido come fa il Dio biblico (cfr. EG 187; Es 3,7-8,10). Le ideologie dominanti escludono i soggetti deboli, si costruiscono sull’indifferenza. La solidarietà cristiana corrisponde perciò a una nuova mentalità, la cui logica è quella della comunità, della priorità della vita di tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di alcuni (cfr. EG 188). Le conseguenze pratiche sono di vasta portata. Il papa, infatti, ricorda qui la funzione sociale della proprietà e la destinazione sociale dei beni come realtà anteriori alla proprietà privata, come affermato già dai padri della chiesa (cfr. EG 189).

È un principio che ha una radice spirituale, da cui deriva un vero e proprio cambio di prospettiva nella vita sociale ed economica e richiede trasformazioni strutturali nelle relazioni tra le persone e tra i popoli: «il pianeta è di tutta l’umanità e per tutta l’umanità» (EG 190) ed è pertanto necessario intervenire sulla iniqua distribuzione dei beni, del reddito e delle opportunità di accesso all’educazione, all’assistenza sanitaria e al lavoro (cfr. EG 191-192).

Da questo punto di vista, sbaglia chi tenta di minimizzare questo discorso presentandolo in chiave di appello a ricordarsi dei poveri, tralasciando però di mettere in discussione il sistema che produce quella stessa povertà. La carità viene così circoscritta a un’elemosina che affronta le emergenze e tranquillizza la coscienza, ma lascia i poveri nella loro condizione. La predicazione cristiana ha spesso indebolito e tralasciato il significato diretto ed eloquente della tradizione biblica e patristica sui temi della fraternità e della giustizia, preferendo concentrarsi su un messaggio religioso in senso stretto:  «Non preoccupiamoci solo di non cadere in errori dottrinali, ma anche di essere fedeli a questo cammino di vita e di sapienza. Perché “ai difensori dell’ortodossia si rivolge a volte il rimprovero di passività, d’indulgenza o di colpevoli complicità rispetto a situazioni di ingiustizia intollerabili e verso i regimi politici che le mantengono”» (EG 194; cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, istruzione Libertatis nuntius, 18). Questo avviene per il contagio alienante della mentalità consumistica che distoglie dal volto dell’altro (cfr. EG 196).

Se assumere il punto di vista dei poveri corrisponde allo stile di Dio che manifesta una speciale predilezione per loro e si è fatto povero e servo per tutti noi, la chiesa deve assumere un’opzione per i poveri: essere chiesa povera e per i poveri che sa anche imparare da loro, lasciarsi evangelizzare, dal momento che la loro condizione gli permette di accedere a una propria sapienza nel conoscere Dio e la realtà fuori dal condizionamento illusorio del benessere (cfr. EG 198). Tornano qui le istanze maturate negli anni del Vaticano II attorno a personalità come Helder Camara e Giacomo Lercaro, a lungo lasciate nel silenzio, e che hanno dato impulso all’elaborazione della teologia della liberazione. Senza l’opzione per i poveri, l’annuncio del Vangelo è svuotato di significato (cfr. EG 199).

Sul piano della posizione della chiesa nel confronto pubblico, ciò si traduce in una contestazione dell’iniquità che è alla radice di tutti i mali sociali e si deve all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria: il profitto per il profitto, il primato del profitto sulla persona, è il nome di questa iniquità (cfr. EG 202).

«Quante parole sono diventate scomode per questo sistema! Dà fastidio che si parli di etica, dà fastidio che si parli di solidarietà mondiale, dà fastidio che si parli di distribuzione dei beni, dà fastidio che si parli di difendere i posti di lavoro, dà fastidio che si parli della dignità dei deboli, dà fastidio che si parli di un Dio che esige un impegno per la giustizia. Altre volte accade che queste parole diventino oggetto di una manipolazione opportunista che le disonora» (EG 202).

Non si può confidare solo sulle forze cieche del mercato, anche perché di per sé non esistono. La realtà è fatta di relazioni che possono rispondere solo a criteri di potere e interesse, oppure essere in qualche modo orientate e regolate. È il compito della politica, che declina la carità a misura del bene comune, a patto che sappia assumere uno sguardo più alto del tornaconto personale, delle lotte di parte e dei calcoli elettorali (cfr. EG 204-206). Tutto ciò non può essere ignorato dalle comunità cristiane, se non vogliono cadere preda di una mondanità spirituale mascherata da pratiche religiose e discorsi vuoti (cfr. EG 207).

Papa Francesco chiude questa sezione del capitolo segnalando alcune fragilità di cui avere particolarmente cura ai nostri giorni: i migranti, da accogliere nella ricerca di nuove sintesi culturali, le vittime delle tratte, le donne che in quanto tali sono doppiamente svantaggiate, i nascituri, senza dimenticare le situazioni che spingono molte madri a cercare l’aborto, e l’insieme del creato di cui siamo custodi  (cfr. EG 209-216).

Un altro aspetto della portata sociale del Vangelo è il suo essere seme di pace, a patto di intenderla non solo come assenza di conflitti, che può avvenire quando un parte si impone sulle altre (cfr. EG 217-218). La pace è una condizione per il conseguimento del bene comune, quando scaturisce dallo sviluppo integrale di tutti. Altrimenti, non si fa altro che creare i presupposti di nuove forme di violenza, come attesta la storia recente (cfr. EG 219).

Bergoglio propone quattro principi, ispirati alla dottrina sociale della chiesa, per la costruzione di una convivenza pacifica orientandosi tra le tensioni che attraversano la vita della società (cfr. EG 221).

  1. Il tempo è superiore allo spazio: significa lavorare a lunga scadenza, senza dare la precedenza ai risultati immediati e preoccupandosi di iniziare processi, più che occupare spazi (cfr. EG 222-225).
  2. L’unità prevale sul conflitto: quest’ultimo non va ignorato ma accettato, a patto di trasformarlo in anello di collegamento a un nuovo processo che conservi tutti i beni in gioco (cfr. EG 226-230). L’esperienza di Mandela in Sud Africa mi sembra un ottimo esempio.
  3. La realtà è più importante dell’idea: le elaborazioni concettuali aiutano a comprendere meglio la realtà, ma non possono adattarla a forza nei propri schemi, o degenerano in ideologie (cfr. EG 231-233).
  4. Il tutto è superiore alla parte: vuol dire saper riconoscere e perseguire il bene più grande che porta benefici a tutti e tiene conto di tutti (cfr. EG 234-237).

«L’evangelizzazione implica anche un cammino di dialogo» (EG 238). È la sezione finale del capitolo (nn. 238-257) che torna su una delle grandi svolte del Vaticano II: in una società pluralista la chiesa deve essere capace di un dialogo aperto e senza preconcetti. Non per strategia, ma perché è un’espressione intima e indispensabile della fede cristiana, come ha sottolineato Francesco scrivendo al giornalista Eugenio Scalfari.

È la questione, ancora da approfondire e sviscerare, del valore teologico del dialogo. L’esortazione indica varie soglie, che ripercorriamo brevemente.

L’annuncio del Vangelo della pace (cfr. Ef 6,15) è il dialogo consistente nella collaborazione con le autorità nazionali e internazionali in vista del bene comune (cfr. EG 239). Entro uno Stato e una società particolari è dialogo con le diverse forze sociali, proponendo con chiarezza i valori fondamentali dell’esistenza umana, ma senza pretendere di risolvere tutte le singole questioni (cfr. EG 240).

C’è poi il dialogo con la ragione e con le scienze, con cui la fede non si sente in opposizione, come ricerca di nuovi orizzonti del pensiero nel rispetto reciproco (cfr. EG 242-243).

Il dialogo ecumenico è un apporto all’unità della famiglia umana, cogliendo come un dono quello che lo Spirito ha seminato nei fratelli separati (cfr. EG 244-246).

Tra le altre religioni, un posto speciale ha l’ebraismo, la cui Alleanza con Dio non è mai stata revocata, e con cui esiste una ricca complementarietà nella lettura dei testi biblici in comune con la tradizioni cristiana (cfr. EG 247-248). Nel rapporto con ogni religione, l’ascolto reciproco può essere occasione di purificazione e arricchimento, che non si oppone all’evangelizzazione, ma ha particolare importanza la relazione con l’Islam: è importante assicurare la libertà dei cristiani vittime del fondamentalismo violento, distinguendolo dal vero Islam e da un’adeguata interpretazione del Corano che si oppone a ogni violenza (cfr. EG 247-253). In ogni religione si trovano canali suscitati dallo Spirito che incoraggiano il cammino verso Dio (cfr. EG 254).

Infine, c’è il dialogo che nasce dalla vicinanza con tutti i ricercatori sinceri di verità, bontà, bellezza e giustizia, anche se non si riconoscono in una fede religiosa, in cui si possono mettere in comune le rispettive scoperte (cfr. EG 257).

Evangelii Gaudium: guida alla lettura 6

in “Sperare per tutti” (http://sperarepertutti.typepad.com) del 19 dicembre 2013

Il capitolo finale dell’Evangelii Gaudium (nn. 259-288) a una lettura superficiale può apparire addirittura superfluo. In un documento del magistero che aspira a dare l’avvio a una conversione pastorale in senso missionario e a un rinnovamento di tutta la chiesa cattolica, potrebbe fare la figura di un allungamento del brodo. Non ci sono infatti orientamenti, proposte, prospettive che guardano alla concretezza. Eppure, è un capitolo indispensabile e determinante.

Pochi anni fa, Enzo Bianchi lanciava un allarme sullo scollamento tra realtà ecclesiale e vita spirituale: «Oggi, l’ambito ecclesiale non è più sentito come scuola che introduce all’arte della “vita in Cristo”: la chiesa è divenuta sempre più ministra di parole etiche, sociali, politiche, economiche, e sembra aver smarrito l’uso del suo messaggio proprio… È invalsa l’idea che la vita cristiana corrisponda a un impegno sociale, a uno stile di vita genericamente altruista, tanto che la “vita ecclesiale” è ormai sinonimo di attività organizzativa e pastorale, non di luogo capace di iniziare alla vita umana e spirituale». In questo modo la trasmissione della fede diviene un atto catechetico, nel senso deteriore di insegnamento dottrinale, più che iniziazione a un’esperienza autentica di conoscenza del Signore nella fede.

La spiritualità degenera perciò in una sua declinazione intimistica e individualistica che è in realtà spiritualismo. Il rinnovamento della chiesa viene così reso evanescente. C’è chi dice che le strutture non sono decisive, perché la vera riforma è interiore. Però, questa diventa una scusa per non cambiare mai nulla. Francesco è deciso nel respingere lo spiritualismo intimista (cfr. EG 262): questa religiosità disincarnata è all’opposto della fede cristiana in cui Gesù è narrazione del Dio che abita l’umano. Ci deve essere invece corrispondenza tra vissuto spirituale e vissuto ecclesiale. È una vita trasfigurata dalla presenza di Dio, dall’azione del suo Spirito, a evangelizzare, non le parole (cfr. EG 259).

Impegno e preghiera stanno insieme; azione e contemplazione sono i due poli tra cui si situa l’esistenza cristiana. «Occorre sempre coltivare uno spazio interiore che conferisca senso cristiano all’impegno e all’attività» (EG 260).

Nel capitolo sono presentate alcune motivazioni e suggerimenti spirituali. Nonostante sia il più breve del documento, è quello che contiene il maggior numero di riferimenti biblici (circa un quarto del totale). Non è il papa in quanto autorità che parla; bensì il credente in ascolto della Parola di Dio, il peccatore a cui il Signore ha guardato, come lui si definisce nel dialogo con Antonio Spadaro. I tentativi di collocare Bergoglio nello schema “conservatori-progressisti”, per “arruolarlo” dalla propria parte, risentono di una visione di chiesa intesa come luogo di lotta e di potere. È in fondo lo stesso errore degli apostoli che, durante l’ultima cena, discutevano su chi di loro fosse il più grande (cfr. Lc 22,24-27). Ogni autentica fedeltà alla tradizione e ogni autentica riforma della chiesa non sono altro che docilità al Vangelo. È da lì che nascono i più importanti gesti e parole di questo papa. C’è una “trama evangelica” nella quale sono intessuti.

Il punto di partenza è il credere all’amore (cfr. 1 Gv 4,16), che non è un generico senso di fascino e timore sacro per Dio. Dio nessuno l’ha mai visto (cfr. Gv 1,18; 1 Gv 4,12); è l’uomo Gesù che ci ha raccontato il suo amore: l’evangelizzatore è un contemplativo del Vangelo, lì ha trovato una fiducia fondamentale che lo umanizza, la orienta a una vita rinnovata (cfr. EG 264).

Il cristiano che evangelizza, perché prima si è lasciato evangelizzare, è colui che ha assimilato lo stile di Gesù, l’unità profonda della sua persona e della sua esistenza. Papa Francesco sembra aver recepito la riflessione teologica di Christoph Theobald in cui questa intuizione è sviluppata e che presenta il cristianesimo come stile.

«Tutta la vita di Gesù, il suo modo di trattare i poveri, i suoi gesti, la sua coerenza, la sua generosità quotidiana e semplice, e infine la sua dedizione totale, tutto è prezioso e parla alla nostra vita personale» (EG 265).

Era l’arte educativa di Gesù: mettersi a questa scuola significa cercare quel che lui cerca, amare quel che lui ama e corrisponde alle nostre più originarie e profonde necessità umane (cfr. EG 265-267). Tutta la sua vita è stata un “uscire da sé” verso gli altri, a cominciare dal guardarli con attenzione e amore. «Il donarsi di Gesù sulla croce non è altro che il culmine di questo stile che ha contrassegnato tutta la sua esistenza» (EG 269). È ponendosi alla sequela del Signore che i cristiani si riconoscono come popolo e sono fedeli alla terra, solidali con tutti gli uomini di cui condividono gioie e speranze, tristezze e angosce, nell’impegno comune per la costruzione di un mondo migliore (cfr. Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 1).

Nel rapporto con il mondo, perciò, i cristiani non guardano l’altro dall’alto in basso; sono invitati a rendere ragione della propria speranza con dolcezza e rispetto, vivendo in pace con tutti (cfr. 1 Pt 3,16; Rm 12,18), non come nemici che puntano il dito e condannano. «Questa non è l’opinione di un papa, né un’opzione pastorale tra altre possibili; sono indicazioni della Parola di Dio così chiare, dirette ed evidenti che non hanno bisogno di interpretazioni» (EG 271).

Per Francesco tutto nella chiesa, anche il ministero del papa, richiede innanzitutto fedeltà al Vangelo. È detto per chi sacralizza l’istituzione e la gerarchia facendoli diventare fine piuttosto che strumento. E anche per chi vede l’essere cristiani come contrapposizione al mondo e alla storia che sono invece benedetti da Dio, mentre la Scritture respinge in realtà la mondanità, la mentalità anti-evangelica che Gesù condannava con parole dure rivolte proprio agli uomini religiosi.

La mentalità religiosa del sacro tende alla separazione, la logica del Vangelo, invece, all’incontro. «Può essere missionario solo chi si sente bene nel cercare il bene del prossimo, chi desidera la felicità degli altri. Questa apertura del cuore è fonte di felicità, perché “si è più beati nel dare che nel ricevere” (At 20,35). Non si vive meglio fuggendo dagli altri, nascondendosi, negandosi alla condivisione, se si resiste a dare, se ci si rinchiude nella comodità. Ciò non è altro che un lento suicidio» (EG 272). Ognuno è degno di attenzione, indipendentemente dal suo aspetto, dalle sue capacità, dalle sue convinzioni (cfr. EG 274).

È un atteggiamento libero, gratuito, senza calcoli e senza pretese, che non guarda anzitutto al risultato, anche a costo i patire il fallimento e l’incomprensione perché si fonda sulla fede nel Signore che è risorto, passando però per la morte (cfr. EG 275).

La fiducia del cristiano è paziente, tenace, non conta su un potere della chiesa, ma sulla forza umile e nascosta del Regno di Dio che è come il seme che cresce senza che dipenda dal contadino, come il lievito che fa fermentare la pasta, come il grano che cresce in mezzo alla zizzania. I segni ci sono, ma sono visibili solo allo sguardo contemplativo della fede, educato dalla preghiera (cfr. EG 278-279).

Gli altri sono portati dentro lo spazio della preghiera: lo sguardo contemplativo non li vede come avversari o come terra di conquista, ma li porta nel cuore (cfr. Fil 1,7), intercede per loro, rende grazie per loro (cfr. EG 281-282). La mentalità mondana cerca di possedere l’altro e di dominarlo, altrimenti lo vuole eliminare; la mentalità evangelica vede l’altro come un dono per cui ringraziare.

L’icona biblica di queste disposizioni spirituali è Maria, che è madre della fede, a cui è dedicato il finale dell’esortazione (nn. 284-288). Un’icona femminile in una chiesa in cui ha prevalso l’impronta maschile e che dovrebbe invece acquisire uno stile mariano. Quel che più conta per Maria non sono privilegi, prodigi, opposizioni, presunte rivelazioni, bensì l’atteggiamento spirituale che ha contraddistinto la sua vicenda, tutta intrecciata con quella del suo figlio e Signore.

«Ella è la donna di fede che cammina nella fede. (..) Ella si è lasciata condurre dallo Spirito, attraverso un itinerario di fede, verso un destino di servizio e fecondità. (…) In questo pellegrinaggio di evangelizzazione non mancano le fasi di aridità, di nascondimento e persino di una certa fatica, come quello che visse Maria negli anni di Nazaret, mentre Gesù cresceva» (EG 287).

Maria donna della terra, dunque, di una fiducia vissuta nelle contraddizioni della sua storia, prima che donna del cielo. A lei Francesco si rivolge, al termine del documento, presentando la svolta che attende la chiesa.

Dacci la santa audacia di cercare nuove strade
perché giunga a tutti
il dono della bellezza che non si spegne (EG 288).

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