25 Settembre 2026

«Io sono con voi per sempre», Lettera del card. Repole per l’anno pastorale 2026-27

Già scaricabile in formato digitale. Copie cartacee disponibili dal 5 ottobre 2026 in Curia

L'opera di Morphos che illustra la Lettera pastorale «Io sono con voi per sempre» del card. Repole

Fa riferimento alle parole conclusive del Vangelo di Matteo il nuovo documento pastorale «Io sono con voi per sempre. Lettera sul senso delle cose che facciamo», che il card. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, consegna per l’anno pastorale 2026-27 alle due comunità unite in persona episcopi.

La Lettera è già disponibile in formato digitale (in allegato a fondo pagina), mentre copie cartacee si possono ritirare presso la reception della Curia a partire dal 5 ottobre, in piazza San Giusto 14 a Susa.
Per motivi organizzativi, è gradita la prenotazione ai seguenti recapiti: tel. 0122 622194 – 0122 622130; email info@diocesidisusa.it.

I temi della Lettera verranno approfonditi nella convocazione annuale interdiocesana del 3 ottobre 2026 al Santo Volto di Torino.

SINTESI

Il titolo della Lettera pastorale «Io sono con voi per sempre» trae origine dalle parole conclusive del Vangelo di Matteo («Ed ecco: io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo», Mt 28,20). La promessa del Risorto definisce l’identità fondamentale della Chiesa, rivelando che il ritorno di Gesù al Padre non equivale a un abbandono, bensì a una presenza continua e reale tra i suoi discepoli. Cristo non è un semplice modello storico o un ispiratore, ma vive in comunione intrinseca con il suo popolo, che ne costituisce il corpo.

Il mandato affidato alla comunità — andare in tutto il mondo, insegnare e battezzare nel nome della Trinità — ha come obiettivo l’immersione dell’umanità nella vita stessa di Dio. Chi annuncia il Vangelo rimane costantemente un discepolo; non trasmette una dottrina propria, ma indica la Verità che continua ad apprendere. Questa missione è riposta in una comunità intrinsecamente fragile e segnata dal dubbio, come evidenziato dal riferimento evangelico agli Undici e non più ai Dodici.

Le cose che «facciamo»

Nel linguaggio ecclesiale il termine “pastorale” indica le molteplici attività promosse nei diversi ambiti della vita sociale (lavoro, scuola, sport, assistenza ai fragili, politica). Si riscontra tuttavia il rischio concreto di ridurre la pastorale a una mera sequenza di cose da fare o ad adempimenti organizzativi, volti unicamente a garantire la presenza della Chiesa in ogni settore. Tale semplificazione riduce l’istituzione ecclesiale a un erogatore di servizi sociali e religiosi (catechismo, oratori, aiuti economici, celebrazioni). Questo approccio fattivo minaccia il legame essenziale tra la prassi pastorale, la spiritualità e la riflessione teologica.

Cosa dobbiamo tramandare?

In continuità con la precedente Lettera pastorale «La Parola sul cuore», incentrata sulla trasmissione della fede, ci si interroga sul pericolo di tramandare alle future generazioni solo un elenco di pratiche ed esecuzioni operative. Questo modello genera alcune distorsioni:

  • Sacerdoti, diaconi, religiosi e laici rischiano di identificare il senso della propria vita unicamente con il ruolo o la mansione svolta, vivendo con ansia l’invecchiamento, la riduzione dell’operatività o i cambi di destinazione.
  • Di fronte all’inefficacia delle prassi ereditate dal passato, si reagisce spesso con un attivismo esasperato per mantenere inalterate le abitudini oppure con il disimpegno. In entrambi i casi si perde di vista il senso dell’agire ecclesiale, dimenticando il principio espresso da Tertulliano secondo cui Cristo si è definito «Verità e non consuetudine».

Siamo i compagni del Risorto

L’azione pastorale deve ritrovare il suo fondamento nell’esperienza primaria di essere compagni del Risorto. Pertanto, la coltivazione del silenzio, la preghiera, la lettura di testi teologici e spirituali e l’ascolto non costituiscono parentesi extra-pastorali, ma ne rappresentano il cuore propulsore. La Chiesa non è un’azienda chiamata a misurare le proprie prestazioni con criteri di efficienza mondana, bensì una comunità di discepoli bisognosa della misericordia divina. Senza la conoscenza autentica e l’amicizia con Cristo, le attività svolte non possono condurre gli altri al medesimo incontro.

La pastorale come «relazione»

La pastorale consiste innanzitutto in un dinamismo relazionale: in primo luogo con il Signore Risorto e, di conseguenza, con le persone che si incontrano nella loro unicità. L’efficienza organizzativa non deve mai andare a scapito della cura dei legami interpersonali e dell’ascolto.

Il fine e i mezzi

Occorre operare un chiaro discernimento tra ciò che appartiene all’ordine del fine e ciò che rientra nell’ordine dei mezzi:

  • il fine: vivere alla presenza del Risorto e operare affinché le persone possano incontrarlo e sperimentarne la grazia;
  • i mezzi: l’insieme delle strutture, delle attività e delle consuetudini storiche, le quali devono poter essere modificate o abbandonate con libertà qualora non servano più al raggiungimento del fine.

In questa prospettiva si inseriscono le indicazioni contenute nel documento dei vescovi italiani «Radicati e costruiti in Cristo» e la necessità di attuare modifiche strutturali nelle diocesi. A titolo di esempio e di metodo si citano i cambiamenti introdotti in due ambiti pastorali importanti: l’iniziazione cristiana dei ragazzi e la celebrazione delle esequie.

Sull’iniziazione cristiana

A seguito del confronto svolto con i catechisti, i preti, i diaconi e i moderatori delle unità pastorali, sono stati definiti Orientamenti comuni per le diocesi di Torino e Susa. Il nuovo percorso di iniziazione cristiana per bambini e ragazzi è articolato in quattro anni, comportando una riduzione della durata e una revisione dei contenuti. Si prende atto che l’iniziazione dei ragazzi non è più sufficiente, in una società secolarizzata, a garantire la tenuta della vita di fede. Risulta pertanto indispensabile investire sulla formazione permanente degli adulti e strutturare itinerari specifici per i giovani e gli adulti che chiedono di diventare cristiani. Le catechesi interdiocesane presso la chiesa del Santo Volto rappresentano il punto di riferimento di questo percorso formativo.

Sulla pastorale delle esequie

Vengono introdotti nuovi Orientamenti per la pastorale delle esequie al fine di rispondere ai mutamenti sociali, quali la solitudine di fronte alla morte, l’allentamento dei legami familiari e la diffusione di cerimonie laiche o alternative. Ferme restando la celebrazione della Messa o la recita del Rosario laddove opportune, vengono indicate due modalità celebrative «preferenziali» nelle diocesi di Torino e Susa: la Veglia funebre e le esequie inserite nella liturgia della Parola.

Cantiere Torino

Per affrontare il calo demografico, l’invecchiamento della popolazione e la diminuzione dei fedeli, a fronte di un numero sproporzionato di parrocchie rispetto al passato, viene avviato il «cantiere Torino». L’iniziativa coinvolgerà i moderatori delle unità pastorali, laici e consacrati per verificare le risorse disponibili e le reali esigenze del territorio, giungendo ove necessario all’unificazione o alla soppressione di parrocchie.

Il cammino in Valle di Susa

Nella Diocesi di Susa si intende consolidare le esperienze di riorganizzazione già avviate in Valmessa e nell’area di Bussoleno, caratterizzate dall’unificazione dei percorsi parrocchiali, dalla valorizzazione dei ministri istituiti e dalla cooperazione tra presbiteri, diaconi e laici. Tali modelli dovranno estendersi progressivamente ad altre zone della diocesi, a partire dalla città di Susa.

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